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29 apr 2010

"La cosa giusta" vince il Festival "Sguardi di cinema italiano"



"Una commedia amara dalla trama avvincente, capace di aggirare i luoghi comuni e rovesciare 'pirandellianamente' le sorti dei protagonisti, una straordinaria opera prima premiata dal numeroso pubblico di Sguardi".

Il premio, finanziato dalla BCC con un assegno di 2000 euro, sarà consegnato a Luglio a Monopoli, in una serata che vedrà la presenza del regista e la proiezione del film, nonché di Marpiccolo, di Alessandro di Robilant, vincitore del Premio liceali.

23 feb 2010

La cosa giusta a "Sguardi di cinema italiano"

Grande successo di pubblico per il film "La cosa giusta" al Festival "Sguardi di cinema italiano".
6 proiezioni in 2 giorni, seguite da vivaci incontri del regista e dell'attore Ahmed Hafiene con il numeroso pubblico presente in sala.

A questo indirizzo potete leggere il gradimento espresso dalla giuria del pubblico di Sguardi.

9 feb 2010

Recensione

http://tomobiki.blogspot.com/

La cosa giusta
di Marco Campogiani – Italia 2009
con Paolo Briguglia, Ennio Fantastichini
**1/2

Eugenio, agente di polizia alle prime armi ma avviato a una carriera brillante e con un matrimonio e una laurea in vista, viene dapprima incaricato di sorvegliare di nascosto (insieme a Duccio, un collega più anziano ed esperto) un immigrato tunisimo sospettato di fiancheggiare alcuni terroristi internazionali, e poi – dopo che l'uomo si è accorto del pedinamento ed è entrato in contatto con i due poliziotti – addirittura di fargli da scorta. La vicinanza con l'indecifrabile Khalid porterà Eugenio a simpatizzare con lui, complice anche una certa sensibilità verso la sua cultura d'origine (ha studiato e parla perfettamente l'arabo), il desiderio di comprendere il "diverso" e l'insofferenza verso pregiudizi e prevaricazioni. Ma ne farà le spese, scoprendo che ci sono barriere che la società non permette di oltrepassare. Il primo lungometraggio di Campogiani (ispirato a un fatto di cronaca reale) è un poliziesco atipico e interessante, con toni più da commedia amara che da cinema di denuncia, e che fugge dai luoghi comuni del genere: anziché sull'esasperazione drammatica della vicenda, con sequenze d'azione o colpi di scena rivelatori (fino alla fine si rimane con il dubbio se Khalid sia innocente o colpevole), punta sulla rappresentazione di una realtà complessa e sfaccettata, sulla caratterizzazione dei personaggi e soprattutto sui rapporti che intercorrono fra loro. I protagonisti vorrebbero instaurare relazioni "umane", ma sono prigionieri dei rispettivi ruoli professionali e sociali, che li trasformano in ingranaggi di un meccanismo inesplicabile e sfuggente. Il giovane Eugenio si illude che l'amicizia e la simpatia possano aiutare a uscire da questi compartimenti stagni, mentre il più navigato e pratico Duccio si fa meno illusioni, a costo di apparire più cinico di quanto non sia. E il confronto finale fra i due all'aeroporto di Tunisi non può che essere foriero di nuovi dubbi, nonostante i personaggi siano avvolti in una luce calda che contrasta col clima freddo di Torino, dove si svolge gran parte della storia. Ottima la confezione e bravi gli attori: su tutti mi sono piaciuti Fantastichini (nei panni di Duccio) e Camilla Filippi (la fidanzata e poi moglie di Eugenio).
Christian 

8 feb 2010

La recensione di ZabriskiePoint.net

http://www.zabriskiepoint.net/node/9409

Di Ilaria Mutti

Novanta minuti di domande, di dubbi e di sospetti. Eugenio Fusco è un giovane poliziotto, con tanti ideali e non senza ambizioni. Preparato, curioso, impegnato nel lavoro, ma anche proiettato verso il matrimonio con Serena e pronto a laurearsi, sia pure in ritardo. Dopo un esame di arabo, che studia con la speranza di un avanzamento in carriera, Eugenio si trova coinvolto in un'indagine su Khalid Amrazel, un tunisino, sospettato di appoggiare una cellula terroristica e appena scarcerato per decisione del GUP, ma in attesa di sentenza.

Duccio Monti è l'ispettore che affianca il giovane poliziotto, un uomo di esperienza, cinico e pratico. Inizialmente i rapporti fra i due sono difficili, Duccio fa pesare il suo background ed Eugenio invece lo fa sentire "superato". Con queste premesse inizia il pedinamento del pregiudicato, ma soprattutto inizia la conoscenza, attraverso liti e disaccordi, che porta i due poliziotti a conoscersi e pian piano ad accettarsi. Proprio durante uno degli scontri fra Duccio ed Eugenio, Khalid, da tempo consapevole di essere seguito decide di troncare la "farsa". Si avvicina, si presenta e il pedinamento è finito. È la rottura della "parete", non solo quella fra i "buoni e cattivi", ma anche quella tra etnie e modi di pensare differenti. La prospettiva è cambiata, ma i dubbi aumentano. Khalid è davvero pericoloso? È davvero il cattivo o è solo una vittima di un sistema che piuttosto che scoprire la verità preferisce accusare e affermare il proprio potere?
Una potente sceneggiatura che àncora lo spettatore alla storia e lo getta tra emozioni forti e ironia, che traccia un percorso logico e psicologico che dona ai personaggi spessore e complessità e li mostra forti e fragili allo stesso tempo. Poliziotti, ottimi professionisti si trovano tuttavia impreparati a gestire un rapporto con lo "straniero", un tunisino sospettato di terrorismo. Un incontro che comunque va a incidere sulle vite di tutti anche se i protagonisti sono spesso incapaci di spiegare a loro stessi e agli altri che l'umanità è al di sopra delle regole e l'amicizia abbatte ogni tipo di distanza: di lingua, di costume e di religione. La cosa giusta è una storia d'integrazione vista sotto la lente di una fiducia ancor più difficile da conquistare perché parte da due categorie, quella dei poliziotti e quella dei sospettati in lotta gli uni con gli altri. Ma finalmente la fiducia e la comprensione, spazzano via ogni ancestrale diffidenza.
Una regia ottima, misurata, leggera e intraprendente che accompagna i protagonisti in questo inseguimento e questa fuga dalle loro paure e dai loro preconcetti, per iniziare un viaggio fatto di molte domande e di nessuna risposta. Ognuno ha il suo percorso, spesso imprevedibile e sorprendente, accidentato e problematico, ma che perseguito con onestà e con determinazione porta alla scoperta di un nuovo universo interiore. Una bella storia che convince e che non cade mai nei soliti luoghi comuni, ma li aggira con originalità ribaltando le vicende dei personaggi e incastrandone una all'interno dell'altra come se l'intera struttura fosse un'enorme matrioska. Un film veloce e poetico al tempo stesso che è in costante metamorfosi tra azione, dramma e ironia senza che perda l'occasione per raccontare le emozioni. Un ottimo cast capace di confrontarsi con una storia difficile, in cui era fondamentale trovare il giusto ritmo e la giusta atmosfera, tra una Torino innevata e una Tunisi assolata, che rispecchiano a pieno le psicologie dei personaggi. Una direzione attenta quindi nel far emergere le singole capacità e di rimanere concentrata su un progetto complesso e in continua evoluzione. Un film da vivere più che da vedere per comprendere a pieno un lavoro che sembra già di un autore maturo.

Giudizio (max 5):
4 e mezzo

31 gen 2010

Da Torino in sala, “La cosa giusta”. Qual è? di Martina Federico - Schermaglie









http://www.schermaglie.it/italiana/1308/da-torino-in-sala-la-cosa-giusta-qual-e

Lui è Marco Campogiani, un regista alla sua prima opera. Il film si chiama La cosa giusta e ha partecipato all’appena concluso Torino Film Festival - ventisettesima edizione, nella sezione “Festa mobile”. La cricca comprende attori alquanto famosi: Ennio Fantastichini, lo stesso de I ragazzi di via Panisperna, Paolo Briguglia, quello di Ma quando arrivano le ragazze?, Camilla Filippi, la figlia di Lo Cascio in La meglio gioventù, Ahmed Hafiene anche attore in La giusta distanza e Gianni Vattimo del Pensiero debole.  

Dovevo vederlo con una persona, che invece è rimasta fuori perché la sala era pienissima, ed è stato un peccato, per la persona dico, perché vedere un film alla sua prima proiezione pubblica, con in sala regista, attori e cast tecnico è un’altra cosa. Dopo la presentazione di Amelio e del regista si sono spente le luci e qua e là brusii d’eccitazione di così tante persone tutte insieme tentavano ancora di resistere come fiammelle. L’audio per qualche secondo non è andato e una sorta di sommossa popolare divertita e divertente è partita da qualche parte al centro della sala, proprio dai posti riservati alla troupe. Sembrava la stessa canzonatoria ribellione degli adolescenti schierati in ultima fila in un’unione di banchi che fischiano e fanno “buuuu”. E allora ho pensato: questo film dev’essere per forza divertente, sono troppo simpatici. E infatti. Ho riso di vero gusto in più punti (uno di questi è rappresentato dal primo turning point del film). Ero cosciente di fare il gioco delle parti, ma non poteva essere altrimenti: erano tutti lì (quelli della troupe) curiosi di vedere in presa diretta l’effetto che fa. E a volte capita (quando ti va di lusso per la verità) che ridi e non puoi fare altrimenti, che ridi e questo avviene al di là della tua più stretta volontà.

Il film inizia con un arrivo. Un aereo della compagnia nazionale tunisina atterra in un aeroporto. Il film procede e l’aeroporto - di cui sopra - è senza esitazione l’aeroporto di Tunisi. Sappiamo dove siamo. Il perché potrebbe essere di quelli subito chiari: la location è dichiaratamente turistica e la scelta delle inquadrature ben si confà a questo utilizzo. Panorami, medine eccetera. Eugenio (Briguglia) è in viaggio di nozze con la moglie Serena (Filippi). Ma dopo circa 15 minuti il film torna indietro e riparte dal vero inizio della fabula, per poi mettersi in pari rispetto all’intreccio solo nella seconda metà inoltrata del film. E lì capiamo che ai "perché" subito evidenti si sommano motivi di altra natura. Siamo a Torino e la seconda location è certamente usata in modo meno turistico: non è un viaggio, è la vita vera, quella quotidiana, quella del lavoro. Ma per chi Torino la conosce o la vive, sono chiaramente riconoscibili Porta Palazzo, Piazza Vittorio e via dicendo. Siamo a Torino, dicevamo: Eugenio è un poliziotto di ventotto anni, illuminato da una luce particolare, dalla luce di una sensibilità speciale e non è solo un fatto di giovane età (anche se a somme tirate la giovane età avrà il suo peso). Il lume, la luce o la buona stella che lo assiste lo condurrà ad essere affiancato a un collega più anziano e navigato, Duccio (Fantastichini), in un lavoro più importante, più prestigioso, quello dei servizi investigativi. I due prima pedinano poi proteggono un arabo sospettato di intrighi terroristici, il cui avvocato è Gianni Vattimo (poche comparse ma in una di queste lancia un lungo, severo, sguardo da esimio professore di filosofia). Ennio Fantastichini, al quale è affidato il supporto ironico del film, mantiene bene la parte anche se lascia intravedere (volutamente) in più punti l’amarezza di cui poi sarà capace. Camilla Filippi (bravissima), la (prima) fidanzata (poi) moglie di Paolo Briguglia, cerca di indirizzare lo spettatore verso il sospetto di un imminente pericolo che incombe sul fidanzato - marito. Pericolo della cui presenza tangibile però non se ne ha mai né il sentore né qualche vago sospetto.



Il "e vissero felici e contenti" avviene talmente presto (in termini puramente temporali) che per forza di cose ci si aspetta lo stravolgimento. E infatti, improvvisamente, il cosiddetto “stato di grazia apparente” rivela tutta l’apparenza del suo stato e il film cambia direzione. Per la verità la permanenza dello stato di grazia pare in alcuni momenti spingersi al di là dello strettamente verosimile (per quanto la chiave interpretativa della vicenda sia a vocazione tendenzialmente fabulistica). I due entrano in crisi come unità lavorativa o più propriamente, ormai, personale, essendosi innestato anche il discorso relazionale e confidenziale. E’ l’occasione che crea il regista per rovesciare i riferimenti, per cogliere un tema, attuale, da un punto laterale, insolito, leggero. E così facendo dispone il tutto su una serie di ribaltamenti di opposti. La cosa giusta da fare qual è? E’ possibile capirci qualcosa di più solo attraverso sostituzioni di ruoli, di prospettive, di posizioni, di territori di neve e territori di sole, tramite cui è possibile recuperare i tradimenti, riscattarsi, avere l’occasione per dubitare delle scelte fatte. Eugenio è giovane, ha la possibilità di ripensarci. E ci sta pensando, a qual è la cosa giusta, mentre all’aeroporto (come l’inizio), luogo di transizione verso la cosa giusta, lo lasciamo in stato semiconfusionale. Continuare, lasciare. Forse lasciare.

Le musiche, bellissime, sono dello stesso autore, Theo Teardo, di quelle, bellissime, de Il divo, La ragazza del lago, L’amico di famiglia. Insomma lo stesso che hanno scelto quelli “giusti” del nuovo, italiano, cinema paradiso.

29 gen 2010

"La cosa giusta" a "Sentieri di Cinema" - Ancona, 22 marzo

A metà strada fra dramma e tiepida commedia, il film di Marco Campogiani dice molto di più di quello che apparentemente racconta.
Sottesa alla vicenda, a tratti surreale, c’è tutta la dicotomia del pensiero occidentale sui temi dell’accoglienza e dell’integrazione, in sospeso tra volontà di “benvenuto” e sospetto dettato dalla diversità.
Accanto alla bella interpretazione del cast (ottima la coppia Fantastichini/Briguglia), si sottolinea positivamente il gusto per la fotografia che svela una Torino fredda e livida, ottima location per la prima parte della vicenda.
Solo apparenti il “buonismo” e la semplicità della regia, da alcuni tacciata di essere televisiva: il film si inserisce nel dibattito culturale in atto con “le domande giuste”.