19 ott 2010
20 ago 2010
27 apr 2010
25 apr 2010
16 feb 2010
11 feb 2010
Recensione del film / Recencinema
http://www.recencinema.com/la-cosa-giusta.html
Il film di Campogiani non va sottovalutato, la sua struttura regge in qualità di un plot narrativo improntato su caratteristiche basilari quali linearità, solido intreccio e sviluppo suggestivo di indubbio coinvolgimento emotivo, tutti aspetti inscritti in un contesto registico disciplinato e accademicamente ben interpretato.
L’incipit della storia è un classico caso di “actio in medias res”, dove la vicenda parte già avviata per poi trovare i doverosi chiarimenti in un lungo flashback intriso di mistero e nostalgia. La cura delle scene è evidentemente il principio del lavoro di Campogiani, il quale trova nello studio della singola inquadratura un aspetto fondamentale per pervenire ad un tutto coeso, unitario e sufficientemente esaustivo. A tal proposito le prime inquadrature recano in sé un forte barocchismo cromatico dal notevole risalto, dovuto ai colori vivi del paesaggio urbano tunisino. Il protagonista Eugenio si immerge con disinvoltura in un backround culturale tipicamente nord africano, dove l’importanza del parlato (in questo caso gli idiomi francese e arabo) si rivela a dir poco indispensabile ai fini di un’integrazione seppur occasionale. Proprio il realismo linguistico si dimostra una delle chiavi di volta presenti nel film al fine di comprenderne lo spirito e i vari significanti concettuali. La panoramica descrittiva, che normalmente aderisce ad un discorso di tecnica registica puramente visiva, qui ha la funzione di raccordo che dà di fatto il via alla digressione narrativa contestualizzante. Campogiani adotta uno stile impregnato di momenti di riflessione e attimi meditati, ragion per cui i movimenti di macchina risultano lenti, controllati e in un certo qual modo idealmente riposanti. Per approdare ad un discorso cinematografico completo e ammirevole occorre toccare tappe già percorse ma sicure, il regista quindi utilizza il gioco dei campi e controcampi per mettere in scena dialoghi medio lunghi e non annoiare lo spettatore con rischiose fissità. Dall’incontro fra Eugenio e Duccio inizia quello che si manifesterà come un sottile conflitto inscritto in una logica di coppia, dove si origina un attrito palese fra contesto pubblico e privato: il dovere dell’incarico affidato a Eugenio si scontra con la mite favola sentimentale che intercorre fra il ragazzo e la compagna Serena. Con riconosciuto acume, Campogiani prima descrive una sequenza dai toni caldi e intimi, poi catapulta lo spettatore in un inverno che riflette la dura sussistenza del reale. Il regista dimostra di avere molte idee da sviluppare attraverso un effetto cornice nel quale entrano dialoghi ampiamente rilevanti che coinvolgono i due poliziotti in relazione a diversi argomenti, uno dei quali la volontà di Eugenio di studiare e laurearsi. La linea del tempo è rispettata senza distorsioni tramite dissolvenze incrociate che danno l’idea dell’attesa e di una chiara percezione. Segue una profonda immersione nella realtà cittadina di Torino (dove la storia è di fatto ambientata e filmicamente girata), nel cui insieme urbano ha luogo il pedinamento di Khalid: Eugenio e Duccio lo inseguono fra i mercati di Porta Palazzo, in Piazza Castello, in Piazza San Carlo, per concludersi dove dimora il sospettato tunisino, nel quartiere delle Vallette. Dalla vicenda, che assume risvolti sempre contenuti ma curiosi, si evince l’importanza del rapporto umano che coinvolge il trio di personaggi, in un clima di dolcezza e rabbia, di sospetti e dubbi, di genuinità e sincerità sospesi sul filo della subdola natura spesso volubile dell’individuo. Kahlid sembra dar la sensazione di strumentalizzare parole forti, originando una diatriba a proposito della differenza fra i concetti di “guerriero” e “terrorista”. Campogiani alza il sipario sul reale argomento trattato, cioè il problematico e complesso contatto fra culture diverse poiché bisognose di diverse interpretazioni. La lotta tra opprimenti pregiudizi e tentativi di libera sincerità scatena profondi stati di imbarazzo e disagio sfocianti, ad esempio, nel frammentato silenzio durante il pranzo in casa di Khalid, dove appare troppo labile il confine che separa la battuta scherzosa dall’offesa. Che poi si parli di dilemmi accusatori o lievi frecciate alla condotta statunitense nella lotta al terrorismo (da ascoltare il discorso relativo a Guantanamo), ciò che emerge è un gioco di sostanziali addii senza un vero e proprio epilogo. Campogiani si fa apprezzare per la sua ottica complessiva, una prospettiva d’ampio respiro nella quale il finale è soltanto subdorato, ma rimane incerto per il semplice fatto che non è necessario per lo spettatore proseguire l’indagine: la storia non è poliziesca, non è comica, è vigorosamente e autenticamente umana. Il significato risiede nella poetica del titolo attribuito al film, “La cosa giusta” coincide con quella scelta introspettiva che oltrepassa i luoghi comuni in virtù di una presa di posizione al di là delle considerazioni e dei giudizi nell’usuale modo di pensare, un discorso basato sulla fiducia. La componente umana diviene essenza in una storia che deve essere compresa in tutta la sua forza e in tutta la sua comunicatività espressiva. Un plauso va riservato al trio di attori Paolo Briguglia, Ennio Fantastichini e Ahmed Hafiene, capaci di infondere ai propri personaggi una connotazione marcatamente personale in aderenza al dramma descritto. Ottima la colonna sonora di Teho Teardo, più precisamente un commento musicale che fornisce il giusto ritmo e conferisce valore aggiunto alla storia, raccontata da Campogiani con sensibilità e profondo senso di riflessione.
10 feb 2010
"Il sorvegliato speciale mise la freccia" - una recensione
http://www.criticon.it/scheda_film.php?idSF=380
"Parte da una trovata buffa questo interessante ma invisibile film diretto da Marco Campogiani... che affronta con attenzione, leggerezza e serietà temi spinosi e attuali come l'integrazione e la diffidenza verso gli stranieri..."
9 feb 2010
Recensione
http://tomobiki.blogspot.com/
La cosa giusta
di Marco Campogiani – Italia 2009
con Paolo Briguglia, Ennio Fantastichini
**1/2
Eugenio, agente di polizia alle prime armi ma avviato a una carriera brillante e con un matrimonio e una laurea in vista, viene dapprima incaricato di sorvegliare di nascosto (insieme a Duccio, un collega più anziano ed esperto) un immigrato tunisimo sospettato di fiancheggiare alcuni terroristi internazionali, e poi – dopo che l'uomo si è accorto del pedinamento ed è entrato in contatto con i due poliziotti – addirittura di fargli da scorta. La vicinanza con l'indecifrabile Khalid porterà Eugenio a simpatizzare con lui, complice anche una certa sensibilità verso la sua cultura d'origine (ha studiato e parla perfettamente l'arabo), il desiderio di comprendere il "diverso" e l'insofferenza verso pregiudizi e prevaricazioni. Ma ne farà le spese, scoprendo che ci sono barriere che la società non permette di oltrepassare. Il primo lungometraggio di Campogiani (ispirato a un fatto di cronaca reale) è un poliziesco atipico e interessante, con toni più da commedia amara che da cinema di denuncia, e che fugge dai luoghi comuni del genere: anziché sull'esasperazione drammatica della vicenda, con sequenze d'azione o colpi di scena rivelatori (fino alla fine si rimane con il dubbio se Khalid sia innocente o colpevole), punta sulla rappresentazione di una realtà complessa e sfaccettata, sulla caratterizzazione dei personaggi e soprattutto sui rapporti che intercorrono fra loro. I protagonisti vorrebbero instaurare relazioni "umane", ma sono prigionieri dei rispettivi ruoli professionali e sociali, che li trasformano in ingranaggi di un meccanismo inesplicabile e sfuggente. Il giovane Eugenio si illude che l'amicizia e la simpatia possano aiutare a uscire da questi compartimenti stagni, mentre il più navigato e pratico Duccio si fa meno illusioni, a costo di apparire più cinico di quanto non sia. E il confronto finale fra i due all'aeroporto di Tunisi non può che essere foriero di nuovi dubbi, nonostante i personaggi siano avvolti in una luce calda che contrasta col clima freddo di Torino, dove si svolge gran parte della storia. Ottima la confezione e bravi gli attori: su tutti mi sono piaciuti Fantastichini (nei panni di Duccio) e Camilla Filippi (la fidanzata e poi moglie di Eugenio).
Christian
8 feb 2010
La recensione di ZabriskiePoint.net
http://www.zabriskiepoint.net/node/9409
Di Ilaria Mutti
Novanta minuti di domande, di dubbi e di sospetti. Eugenio Fusco è un giovane poliziotto, con tanti ideali e non senza ambizioni. Preparato, curioso, impegnato nel lavoro, ma anche proiettato verso il matrimonio con Serena e pronto a laurearsi, sia pure in ritardo. Dopo un esame di arabo, che studia con la speranza di un avanzamento in carriera, Eugenio si trova coinvolto in un'indagine su Khalid Amrazel, un tunisino, sospettato di appoggiare una cellula terroristica e appena scarcerato per decisione del GUP, ma in attesa di sentenza.
Duccio Monti è l'ispettore che affianca il giovane poliziotto, un uomo di esperienza, cinico e pratico. Inizialmente i rapporti fra i due sono difficili, Duccio fa pesare il suo background ed Eugenio invece lo fa sentire "superato". Con queste premesse inizia il pedinamento del pregiudicato, ma soprattutto inizia la conoscenza, attraverso liti e disaccordi, che porta i due poliziotti a conoscersi e pian piano ad accettarsi. Proprio durante uno degli scontri fra Duccio ed Eugenio, Khalid, da tempo consapevole di essere seguito decide di troncare la "farsa". Si avvicina, si presenta e il pedinamento è finito. È la rottura della "parete", non solo quella fra i "buoni e cattivi", ma anche quella tra etnie e modi di pensare differenti. La prospettiva è cambiata, ma i dubbi aumentano. Khalid è davvero pericoloso? È davvero il cattivo o è solo una vittima di un sistema che piuttosto che scoprire la verità preferisce accusare e affermare il proprio potere?
Una potente sceneggiatura che àncora lo spettatore alla storia e lo getta tra emozioni forti e ironia, che traccia un percorso logico e psicologico che dona ai personaggi spessore e complessità e li mostra forti e fragili allo stesso tempo. Poliziotti, ottimi professionisti si trovano tuttavia impreparati a gestire un rapporto con lo "straniero", un tunisino sospettato di terrorismo. Un incontro che comunque va a incidere sulle vite di tutti anche se i protagonisti sono spesso incapaci di spiegare a loro stessi e agli altri che l'umanità è al di sopra delle regole e l'amicizia abbatte ogni tipo di distanza: di lingua, di costume e di religione. La cosa giusta è una storia d'integrazione vista sotto la lente di una fiducia ancor più difficile da conquistare perché parte da due categorie, quella dei poliziotti e quella dei sospettati in lotta gli uni con gli altri. Ma finalmente la fiducia e la comprensione, spazzano via ogni ancestrale diffidenza.
Una regia ottima, misurata, leggera e intraprendente che accompagna i protagonisti in questo inseguimento e questa fuga dalle loro paure e dai loro preconcetti, per iniziare un viaggio fatto di molte domande e di nessuna risposta. Ognuno ha il suo percorso, spesso imprevedibile e sorprendente, accidentato e problematico, ma che perseguito con onestà e con determinazione porta alla scoperta di un nuovo universo interiore. Una bella storia che convince e che non cade mai nei soliti luoghi comuni, ma li aggira con originalità ribaltando le vicende dei personaggi e incastrandone una all'interno dell'altra come se l'intera struttura fosse un'enorme matrioska. Un film veloce e poetico al tempo stesso che è in costante metamorfosi tra azione, dramma e ironia senza che perda l'occasione per raccontare le emozioni. Un ottimo cast capace di confrontarsi con una storia difficile, in cui era fondamentale trovare il giusto ritmo e la giusta atmosfera, tra una Torino innevata e una Tunisi assolata, che rispecchiano a pieno le psicologie dei personaggi. Una direzione attenta quindi nel far emergere le singole capacità e di rimanere concentrata su un progetto complesso e in continua evoluzione. Un film da vivere più che da vedere per comprendere a pieno un lavoro che sembra già di un autore maturo.
Giudizio (max 5):
4 e mezzo
31 gen 2010
Da Torino in sala, “La cosa giusta”. Qual è? di Martina Federico - Schermaglie

http://www.schermaglie.it/italiana/1308/da-torino-in-sala-la-cosa-giusta-qual-e
Lui è Marco Campogiani, un regista alla sua prima opera. Il film si chiama La cosa giusta e ha partecipato all’appena concluso Torino Film Festival - ventisettesima edizione, nella sezione “Festa mobile”. La cricca comprende attori alquanto famosi: Ennio Fantastichini, lo stesso de I ragazzi di via Panisperna, Paolo Briguglia, quello di Ma quando arrivano le ragazze?, Camilla Filippi, la figlia di Lo Cascio in La meglio gioventù, Ahmed Hafiene anche attore in La giusta distanza e Gianni Vattimo del Pensiero debole.
Dovevo vederlo con una persona, che invece è rimasta fuori perché la sala era pienissima, ed è stato un peccato, per la persona dico, perché vedere un film alla sua prima proiezione pubblica, con in sala regista, attori e cast tecnico è un’altra cosa. Dopo la presentazione di Amelio e del regista si sono spente le luci e qua e là brusii d’eccitazione di così tante persone tutte insieme tentavano ancora di resistere come fiammelle. L’audio per qualche secondo non è andato e una sorta di sommossa popolare divertita e divertente è partita da qualche parte al centro della sala, proprio dai posti riservati alla troupe. Sembrava la stessa canzonatoria ribellione degli adolescenti schierati in ultima fila in un’unione di banchi che fischiano e fanno “buuuu”. E allora ho pensato: questo film dev’essere per forza divertente, sono troppo simpatici. E infatti. Ho riso di vero gusto in più punti (uno di questi è rappresentato dal primo turning point del film). Ero cosciente di fare il gioco delle parti, ma non poteva essere altrimenti: erano tutti lì (quelli della troupe) curiosi di vedere in presa diretta l’effetto che fa. E a volte capita (quando ti va di lusso per la verità) che ridi e non puoi fare altrimenti, che ridi e questo avviene al di là della tua più stretta volontà.
Il film inizia con un arrivo. Un aereo della compagnia nazionale tunisina atterra in un aeroporto. Il film procede e l’aeroporto - di cui sopra - è senza esitazione l’aeroporto di Tunisi. Sappiamo dove siamo. Il perché potrebbe essere di quelli subito chiari: la location è dichiaratamente turistica e la scelta delle inquadrature ben si confà a questo utilizzo. Panorami, medine eccetera. Eugenio (Briguglia) è in viaggio di nozze con la moglie Serena (Filippi). Ma dopo circa 15 minuti il film torna indietro e riparte dal vero inizio della fabula, per poi mettersi in pari rispetto all’intreccio solo nella seconda metà inoltrata del film. E lì capiamo che ai "perché" subito evidenti si sommano motivi di altra natura. Siamo a Torino e la seconda location è certamente usata in modo meno turistico: non è un viaggio, è la vita vera, quella quotidiana, quella del lavoro. Ma per chi Torino la conosce o la vive, sono chiaramente riconoscibili Porta Palazzo, Piazza Vittorio e via dicendo. Siamo a Torino, dicevamo: Eugenio è un poliziotto di ventotto anni, illuminato da una luce particolare, dalla luce di una sensibilità speciale e non è solo un fatto di giovane età (anche se a somme tirate la giovane età avrà il suo peso). Il lume, la luce o la buona stella che lo assiste lo condurrà ad essere affiancato a un collega più anziano e navigato, Duccio (Fantastichini), in un lavoro più importante, più prestigioso, quello dei servizi investigativi. I due prima pedinano poi proteggono un arabo sospettato di intrighi terroristici, il cui avvocato è Gianni Vattimo (poche comparse ma in una di queste lancia un lungo, severo, sguardo da esimio professore di filosofia). Ennio Fantastichini, al quale è affidato il supporto ironico del film, mantiene bene la parte anche se lascia intravedere (volutamente) in più punti l’amarezza di cui poi sarà capace. Camilla Filippi (bravissima), la (prima) fidanzata (poi) moglie di Paolo Briguglia, cerca di indirizzare lo spettatore verso il sospetto di un imminente pericolo che incombe sul fidanzato - marito. Pericolo della cui presenza tangibile però non se ne ha mai né il sentore né qualche vago sospetto.
Il "e vissero felici e contenti" avviene talmente presto (in termini puramente temporali) che per forza di cose ci si aspetta lo stravolgimento. E infatti, improvvisamente, il cosiddetto “stato di grazia apparente” rivela tutta l’apparenza del suo stato e il film cambia direzione. Per la verità la permanenza dello stato di grazia pare in alcuni momenti spingersi al di là dello strettamente verosimile (per quanto la chiave interpretativa della vicenda sia a vocazione tendenzialmente fabulistica). I due entrano in crisi come unità lavorativa o più propriamente, ormai, personale, essendosi innestato anche il discorso relazionale e confidenziale. E’ l’occasione che crea il regista per rovesciare i riferimenti, per cogliere un tema, attuale, da un punto laterale, insolito, leggero. E così facendo dispone il tutto su una serie di ribaltamenti di opposti. La cosa giusta da fare qual è? E’ possibile capirci qualcosa di più solo attraverso sostituzioni di ruoli, di prospettive, di posizioni, di territori di neve e territori di sole, tramite cui è possibile recuperare i tradimenti, riscattarsi, avere l’occasione per dubitare delle scelte fatte. Eugenio è giovane, ha la possibilità di ripensarci. E ci sta pensando, a qual è la cosa giusta, mentre all’aeroporto (come l’inizio), luogo di transizione verso la cosa giusta, lo lasciamo in stato semiconfusionale. Continuare, lasciare. Forse lasciare.
Le musiche, bellissime, sono dello stesso autore, Theo Teardo, di quelle, bellissime, de Il divo, La ragazza del lago, L’amico di famiglia. Insomma lo stesso che hanno scelto quelli “giusti” del nuovo, italiano, cinema paradiso.
